Bob Knees è un uomo molto colto e ha la passione per la storia, oltre che per i racconti perversi.
Leggete cosa ha scritto questa volta: dobbiamo ammettere che ha un grande talento!
FLAVIA
Perché proprio a me, o Signore? Io sono uomo di lettere, di studio, di contemplazione: perché proprio a me? Se non fosse stato per il sacro voto dell’obbedienza, mai avrei accettato! Oh, mio Dio, questo è un pensiero di peccato! Chiederò a sorella Brigitta di flagellarmi per aver avuto questo pensiero! Quando l’Eminentissimo mi convocò e mi ordinò di seguire personalmente la brutta faccenda di Otranto, mi schermii adducendo proprio codeste ragioni. Giammai mi mossi da Roma, dal momento in cui vi nacqui ad allora. Egli fu irremovibile: sarei andato in quella città apula come rappresentante di Santa Romana Chiesa, munito di lettera patente sigillata con la bulla di Nostro Signore Sisto Papa IV.
Nulla importava che non avessi profonda conoscenza dell’avvenuto, avrei trovato in loco collaborazione. Mio compito precipuo era quello di controllare a che tutto si svolgesse in base ai dettami ecclesiastici, giacché vi erano coinvolte donne che i sacri voti avevano pronunziato.
Ed ora eccomi qui: a bordo di uno scassato trabiccolo, tirato da due mule recalcitranti e guidato da un buzzurro semi addormentato e pure ebete. Per tema dei briganti, ho indossato abiti civili e ben nascosto il denaro affidatomi. Stiamo percorrendo la Via Appia, la Regina Viarum come fecero già Cicerone ed Orazio; mi aspettano altri tre giorni di viaggio prima di arrivare a destinazione.
Eccola lì, Otranto la bianca. Mi appare come un miraggio, nel caldo sole di settembre, fra i campi riarsi. Più ci avviciniamo, più si vedono i segni del recente massacro. Le truppe del Bastardo d’Aragona sono accampate al di fuori delle mura scalcinate ed uste. Finalmente, sulla strada battuta che immette alla Porta Settentrionale, scorgo due frati domenicani. Che siano coloro che mi aspettano? Urlo al burino di fermarsi, scendo e mi sgranchisco un po’ le mie vecchie ossa tormentate dalla scomoda immobilità durante il tragitto. Mi avvicino ai due fratelli e mi presento. Si, sono proprio essi quelli che devono accomitarmi in codesta perigliosa impresa. Mentre ci avviamo alla loro Casa, mi erudiscono. Purtroppo, durante l’assalto dei Turchi e la loro permanenza in città, molti hanno ceduto, chi per paura chi per dolo. Anche le sante vergini del Convento. Anzi Flavia, loro vice badessa il cui comportamento avrebbe dovuto esser faro per le consorelle nel procelloso mare del mondo, si era concessa all’infedele. Per quasi un anno, per tutto il tempo che Dio ha concesso all’invasore di porre piede sul sacro suolo d’Italia, esse hanno convissuto more uxorio con i musulmani infedeli. Dall’insano connubio, nacquero anche due pargoli, di per sé innocenti ma frutto della colpa, che i buoni confratelli hanno già provveduto a strozzare. Quando le forze di Alfonso d’Aragona dalla parte di terra e le navi di Nostro Signore il Papa dalla parte di mare hanno costretto i malvagi ad abbandonare precipitosamente la città, esse colpevoli e ree sono state abbandonate dai loro colpevoli amanti cosicché sono state catturate dai soldati del Bastardo. A stento, le hanno sottratte alle giuste ire dei concittadini, che volevano ammazzarle subito, facendo a loro, secondo la legge mosaica, le stesse atrocità che esse, ed i loro sozzi drudi, avevano compiuto contro di loro.
Il tribunale laico le ha condannate: sono bastati pochi minuti ai signori giudici per conferire la pena estrema ed esemplare. Il processo inquisitorio ha confermato le loro turpi colpe. Non si aspettava che me, per dar corso alla pena.
Dopo il giusto riposo, ho preso visione degli incartamenti: sono molto veloce a leggere, è un dono elargitomi indegnamente dall’Onnipotente. Mi sono reso ben conto della situazione e degli innominabili peccati che le sciagurate commisero, contro la Regola, contro i voti professi, contro i loro fratelli stessi, contro Dio. Giudicai fin troppo mite la condanna.
Una sola aveva dato segni di sincero pentimento, un’altra invece aveva addotto a scusante le giovane età (non ha che 15 anni) e l’inesperienza. Questi due casi, dovrò vagliarli. Per le altre tre, la morte è poco!
Ne discussi con i Domenicani inquisitori e la badessa inviata da Bari, essi furono d’accordo. Flavia sarebbe stata affidata alla comunità per esser scuoiata viva, di fronte a tutti, dopo aver ricevuto 33 sferzate. Domenica, Luigia, Amantina sarebbero state torturate a morte e le loro teste mozzate sarebbero state esposte. L’esecuzione, trattandosi di donne votate a Dio, anche se infingarde, sarebbe avvenuta nel castello, senza la visione di alcuno se non del boja, dei fratelli inquisitori e di me, naturalmente.
Espressi il desiderio di parlare con Gaudina, colei che si credeva pentita, e con la giovane Lucia.
Mi furono condotte davanti. Avevano il saio delle penitenti, i capelli quasi rasati, il volto pallido per le privazioni e per la detenzione. A Gaudina, qualcuno aveva spezzato tre dita della mano destra. Le interrogai per tutto il pomeriggio. Al vespero, ero giunto alla conclusione che si doveva usare severità, mitigata però dalla clemenza umana e dalla pietà cristiana. Proposi per la prima la battitura con le verghe roventi; dopodiché, se fosse sopravvissuta, finirebbe reclusa e parietata in un convento del suo Ordine. Lucia mi sembrò ingenua, perfino angelica: ma Lucifero era il capo delle Legioni divine! La Badessa propose che fosse cucita, in modo da non avere più alcun desiderio impuro, dacché, mirum dictu, alla visita ella era risultata ancora intatta. Parvemi troppo lieve la pena: sebbene non avesse indugiato nelle carnali ed orrende pratiche, ella era ugualmente colpevole. Sarebbe stata sculacciata, proprio come una bambina, e poi cucita.
Quasi svennero ad ascoltar la sentenza.
Si procede immediatamente. In corteo ci rechiamo nelle segrete del castello di Otranto. Ivi ci attendono tre boja incappucciati: indubbiamente maschi, a giudicare dal petto villoso e dagli attributi che si intravvedono sotto le braghe. Ritengo che la presenza della Badessa, vergine consacrata, non sia indispensabile e perciò la faccio allontanare. Ella nullo verbo profferisce, ma il suo sguardo…… Di poi, mi occuperò anche di lei. Recitate le consone orazioni, con contrizione e pentimento per quello che stiamo per fare noi stessi, giacché i boja altro non sono che estensione secolare del braccio eterno di Santa Chiesa, si da inizio all’esecuzione.
Gaudina è ignuda. La si distende bocconi sul tavolo di tortura e la si fissa ad esso mediante legacci di cuoio. Con la mano protetta da uno straccio, il boja prende per l’estremità una verga di ferro, relativamente piccola, che assieme ad altre aveva messo ad arroventare nell’apposito braciere: la verga, che non è rotonda ma a sezione triangolare, è incandescente. L’incappucciato la leva in alto e rimane così nella attesa di un mio cenno. Abbasso la testa. Urla la donna, allorché la verga rovente le entra nelle carni, poco sotto le natiche laddove si innestano le cosce; la carne si apre al contatto e sfrigola, il boja lascia lì il pezzo di ferro. Il puzzo di carne bruciata mi colpisce orridamente le nari. Altre tre verghe vengono infisse nel corpo di Gaudina: alle spalle, nel pieno deretano e nelle cosce, poco sopra al ginocchio. La donna è svenuta ma è fatta rinvenire: sembra San Sebastiano trafitto dalle frecce. Soltanto che queste frecce non sono infisse trasversalmente, ma parallele al corpo. Bisogna aspettare che il ferro si raffreddi, a contatto col sangue e con la carne. Gaudina è scossa dai singulti, non ha più voce per quanto ha urlato di dolore, il suo corpo trema tutto.
Con le mani guantate, il boja afferra le due estremità della prima verga che aveva infisso, quella sotto le natiche, e la tira con veemenza verso l’alto. Attaccati ad essa, brandelli di carne: dalla piaga si riversa sangue in abbondanza. Alla fine, tutte e quattro le verghe sono tolte. Attraverso la ferita delle spalle di Gaudina, si intravvede il bianco delle ossa. Dopo ogni estrazione, Guaudina perde i sensi: uno straccio imbevuto di essenze, passatole sotto il naso, la fa rinvenire.
Mi sento piuttosto male, il mio stomaco borbotta, reprimo conati di vomito a malapena. Fratel Ludovico, che siede accanto a me, cortesemente mi chiede se mi sento male. Faccio cenno negativo con la testa: non ho la forza per parlare.
Il sangue scende abbondante dalle ferite di Gaudina; per disinfettarle, il boja vi versa sopra aceto bollente. La donna urla atrocemente. Io chiudo gli occhi. Li riapro soltanto quando il notaio comincia la lettura dell’atto di esecuzione della pena. Guadina giace ancora sul tavolo di tortura: sembra morta, immobile. La sciolgono e la fanno rialzare; non ce la fa a reggersi in piedi: devono sostenerla per portarla fuori.
L’aria, qua dentro, è diventata irrespirabile: la puzza di carne ustionata si è diffusa dappertutto; io sudo abbondantemente. Bisogna procedere con Lucia, purtroppo. Essa è ugualmente nuda, ma per mio ordine è stata bendata. Il suo acerbo corpo di carne non suscita in me alcuna emozione, invece qualcosa si diffonde sul volto di fratel Ludovico. Appoggia il mento sul palmo della mano e si protende in avanti, come se volesse veder meglio.
La giovane è legata sopra un cavalletto, il posteriore ben proteso in alto, la matrice femminea esposta. Fratel Ludovico si passa la lingua sulle labbra, forse per inumidirle. Un altro boja, più nerboruto del primo, impugna una grossa e pesante paletta di cuoio. Al mio assenso, percuote le natiche della ragazzina. Ella urla, strilla, si agita per quanto glielo permettono i legacci. Il suo deretano è tutto rosso, la carne si schiaccia sotto la paletta e, grazie alla giovinezza del corpo, torna su dopo poco tempo. Per una mezza clessidra grande, dura il supplizio. Chiappe e cosce sono proprio del colore del cocomero; i semi, sono le zone ormai quasi blu nerastre dove i bordi ottusi della paletta hanno impattato la pelle. Ritengo che Lucia, con oltre 30 sculacciate, abbia ricevuto una congrua punizione; faccio un cenno affinché si ponga tregua. Mentre gli altri due sciolgono Lucia, il boja afferra un grosso ago curvo; pena un po’ di tempo ad infilarci nella cruna un filo di canapa. Lucia è sempre sul cavalletto, ma in posizione contraria a prima. Stavolta sono le reni a poggiare sull’asse trasversale, dove prima si appoggiava il ventre; la testa è rovesciata all’indietro, le gambe ben aperte sono legate in basso alle caviglie. La sua matrice femminile è tutta esposta. Il boja si avvicina a lei, tenendo fra l’indice ed il pollice l’ago curvo. La sua posizione, tra me e la suppliziata, mi impedisce di vedere che cosa sta facendo. E’ un bene: difficilmente avrei potuto resistere alla visione. Odo gli urli disperati di Lucia, quando la punta aguzza le penetra nella carne delicata della matrice femminea; li conto: sono 6. Anch’ella sviene, alla fine. Né i miei occhi stanchi, né la mia nulla esperienza mi possono far giudicare se il boja abbia compiuto un buon lavoro. Lungo le cosce di Lucia, scorre il sangue. Anche lei viene trascinata via.
Finalmente il notaio finisce la lettura di questo secondo atto rogato. Non ce la faccio più. Mi alzo di scatto e mi allontano. La fetida aria delle segrete mi sembra aura leggera, in confronto a quella che ristagna nella camera di tortura.
Nulla tocco del cibo al desinare. Subito dopo l’orazione del reddegratiam convoco sia fratel Ludovico che la Badessa nella stanza che il Bastardo ha voluto riservarmi. Sono diretto, come mio solito.
“Fratel Ludovico, sappiate che siete sub vinculo confessionis. Lo ha deciso la mia autorità, di cui sono indegnamente investito. Rispondete quindi con assoluta sincerità. Stamane, mentre assistevate al supplizio della giovane monaca chiamata Lucia, avete peccato di concupiscenza?”
Il volto glabro del domenicano diventa di tutti i colori. Volge lo sguardo verso la Badessa, che siede immobile, gli occhi bassi; si passa più volte la lingua sulle labbra, ed alla fine tira fuori dal profondo del petto: “Si!”.
Ne ero certo. La sua penitenza sarebbe stata consona, seppure al di fuori della consueta prassi canonica.
Gli intimo di consegnarmi il cordiglio. Egli è stupefatto, ma non osa né può disubbidire. Se lo scioglie dalla vita e me lo da. Gli ordino di piegarsi sul tavolo, alzarsi la tonaca per ricevere la disciplina. Di nuovo, vampe di rossore gli accendono il volto. Osa dire: “Ma così, alla presenza della reverenda Madre?” Diventa terreo, quando ode la mia risposta: “Sarà proprio la Reverenda Madre a somministrarvi la disciplina! Voi avete concupito, seppur solo mentalmente, una sua consorella; ritengo giusto che sia lei, quale rappresentante dell’Ordine, a penitenziarvi. Voi, Badessa, venite qui. Ecco il cordiglio. Colpite fratel Ludovico per 20 volte, quanti sono i versetti del Miserere. E voi, fratello, chinatevi e scopritevi.” E’ allibita pure la Badessa, di fronte a quella situazione affatto nuova. Forse prova vergogna: e questa è già una punizione per la sua ira precedente. Con un gran sospiro, il domenicano si tira su la tonaca, fino alle reni e si piega. Non ci mette eccessiva veemenza la Badessa nel fustigarlo, ma il cuoio della cintura fa uno strano rumore ogni volta che colpisce le grassocce natiche del frate. Dalla mia posizione, sul lato opposto del tavolo, lo vedo chiudere gli occhi, storcere la bocca, respirare sempre più affannato man mano che le frustate si susseguono. Inoltre, la Badessa mostra adesso bagliori negli occhi, come di eccitazione. Al ventesimo, ed ultimo, colpo, dalla bocca serrata del domenicano esce un mugolio. Dopo che la Badessa mia ha riconsegnato il cordiglio, impedisco al frate di risollevarsi: “ Rimanete così e recitate l’orazione penitenziale!” Borbotta le sacre parole più che pronunciarle. Senza mia ordine esplicito, la Badessa si è rimessa a sedere, ma stavolta con gli occhi fissi sul culo rosso del confratello.
Lo faccio ricomporre e lo licenzio con queste parole: “Ti assolvo, fratello. Va e non peccare più! Potete andare, ammonito dalla santa e purificatrice penitenza. Voi no, Badessa, restate: ho qualcosa da dirvi!”. Dopo che fratel Ludovico ci ha lasciati, mi rivolgo alla suora: “Forse vi è dispiaciuto penitenziare fratel Ludovico. Però, non venite a dirmi che questa è stata la prima volta che avete somministrato una disciplina. Zitta! Non vi ho dato il permesso di parlare! Stamane, ho notato il vostro sguardo, mentre vi facevo allontanare dalla camera di tortura. Ce l’avete con me, è chiaro. Ho agito secondo le sacre regole e per il vostro bene. Per questi vostri pensieri, vi autoflagellerete nella vostra cella e stasera me ne mostrerete i segni”. E’ diventata completamente terrea, come una candela: ha quasi un mancamento; apre la bocca come per dire qualcosa, ma io la precedo: “Andate adesso, e che sia la Giustizia divina a guidare la vostra mano. Ritornate al vespero.” Tremano gli angoli della sua bocca, mentre esce.
Trascorro l’intero pomeriggio in preghiera, inginocchiato sul nudo pavimento. Prego Iddio di darmi la forza sopportare la visione di ciò che accadrà domani. Solo con il Suo aiuto, potrò resistere alla visione dei tremendi tormenti cui saranno sottoposte le tre monacelle. Suona il vespro. Mi reco a prender messa nella cappelletta del castello: la celebra fratel Alfonso, l’altro domenicano. Fratel Ludovico è ancora tutto rosso in viso ed abbassa gli occhi incrociando il mio sguardo. Rifiuto categoricamente ma gentilmente l’invito del Marchese di Luzio di cenare alla sua tavola, stasera. Il mio compito è troppo gravoso per consentirmi mondanità. La Badessa sta aspettandomi davanti alla porta della mia stanza. Ha gli occhi cerchiati. La faccio entrare. “Su, mostratemi se vi siete punita abbastanza”. Senza profferire verbo, ella mi volge la schiena; si sfila il saio dalla testa e scioglie i legami della camicia, facendola scivolare lungo le braccia. Una trentina di strisce bluastre su fondo rosso, solcano la sua schiena turgida. Si, si è autoflagellata e piuttosto duramente. Spero per lei, che le abbia fatto bene il dolore che si è inferto. Si riveste, rimanendo sempre muta. La congedo: domattina, mentre noi assisteremo all’orrendo spettacolo, ella sarà in cappella a recitare i trentatre rosari.
Mi faccio portare in camera un po’ di pane ed acqua. Anch’io devo mortificarmi.
Sono pronto assai prima che vengano a bussare, all’aurora. Ho indossato la tonaca nera, come si conviene ai Protonotari Apostolici. Rifaccio lo stesso percorso sino alla camera di tortura; vi è soltanto un boja che si cala rapido il cappuccio, appena ne oltrepasso la soglia.
Dopo un po’ mi raggiungono fratel Ludovico e fratel Alfonso ed il notaio, che appoggia le sue carte sul basso tavolino all’uopo approntato. Ci sono tutti e tre gli incaricati di giustizia; torce fumose appese ai ganci sulle pareti diffondono una fioca luce. Meglio. Non sarà divertente quello che saremo costretti a vedere. Due sgherri introducono suor Gelmina, una di quelle che aveva partorito l’insano frutto della sua passione con l’infedele. Il suo ventre cascante rivela i segni della recente maternità, così come i suoi seni gonfi di latte. Trattandosi di una condanna a morte, il boja imbavaglia la punenda. Hanno approntato una sedia fornita di alto schienale e di grossi braccioli: tutti irti di chiodi. Rudemente la spingono lì sopra : le legano la fronte allo schienale con una fascia metallica, ed i polsi ai braccioli. Soltanto le gambe rimangono libere. La donna strabuzza gli occhi, sentendo i chiodi che le penetrano nella carne. Un basso braciere ardente viene spinto sul pavimento, sotto il sedile della sedia. Ha nelle mani il flagellum il boja, e ne percuote il petto della suppliziata. Sei strisce di cuoio, dentro le quali sono incastrati dei cunei di piombo a diverse altezze. Strappa la pelle ad ogni colpo: brandelli di cute e di carne si diffondono nell’aria. Non c’è rimasto un solo pollice di pelle intatto sul petto della donna, quando il boja ha finito. La punta delle ganasce le afferrano il capezzolo destro: basta un colpo di coltello ed esso si stacca; ne esce un fiotto di sangue che scola lungo lo stomaco della donna, mescolandosi all’altro sangue tirato fuori dalla fustigazione. Invece, con il capezzolo sinistro viene adoprato un coltello a lama seghettata; occorrono sei o sette passate, prima che il cicciolo di carne venga via. I sali sono accostati alle narici della donna. Il , purtroppo, noto puzzo di bruciato sovviene al mio naso. Il fuoco del braciere posto sotto il sedile lo sta arroventando e sta ustionando il culo della poveretta. Ella geme disperatamente, strabuzza gli occhi mostrandone il bianco, i radi capelli sono dritti sulla testa.
Ritengo che la sua sofferenza sia durata troppo a lungo: qualsiasi colpa abbia commesso, non merita simile dolore. Impongo che sia uccisa subito. Un boja passa dietro alla sedia, afferra una specie di martinetto che era servito a stringere la fascia ferrea attorno alla fronte della donna e inizia a girare. Non posso sopportare, non posso guardare gli occhi che le schizzano fuori dalle orbite. Mi allontano di corsa per andare a vomitare.
Quando ritorno, è il turno della seconda. Mi hanno aspettato, prima di cominciare. Si tratta della suora più anziana: ha quasi 40 anni. L’hanno legata sul cavalletto: il suo posteriore è opimo, le sue cosce grasse. Una vescica rigida, a forma di fallo virile,è presa dal boja ed infilzata nell’ano della donna: supremo oltraggio! So che in essa è contenuto aceto e pimento, che ben presto si diffonderà nel suo retto abbrugiandolo tutto. Ed infatti, essa si agita disperatamente man mano che la piccante mistura le penetra nell’intestino, arrecandole estremo bruciore. Il flagellum devasta le sue natiche e le cosce. E’ oramai svenuta, quando la slegano e la mettono sulla sedia: al contatto con i chiodi, la parte della vescica che era rimasta fuori dal suo ano, si spacca; l’aceto sfrigola quando incontra il sedile arroventato. A lei non tagliano i capezzoli: con tenaglie arroventate le strappano i seni pezzo a pezzo. E’ ormai mezzo morta quando stringono la fascia metallica che le cinge la fronte.
L’ultima è la femmina più bella di tutte. E’ prole di un conte e si vede dal suo portamento. Volge intorno lo sguardo e sputa per terra, in atto di derisione e d’odio verso di noi. La mettono sul cavalletto, ma in posizione strana. Ella appoggia all’asse soltanto con le reni; le braccia e le gambe sono tirate trasversalmente, ben allungate ed assicurate ad anelli infissi nel pavimento. Adesso capisco perché non l’hanno imbavagliata: un grosso imbuto di metallo le viene spinto in bocca. Lei serra i denti: una martellata gli rompe gli incisivi. Nell’imbuto, da un’otre, viene versata gran quantità di acqua e sale. La sciagurata è costretta ad inghiottirla, strabuzzando gli occhi. Vediamo il suo ventre gonfiarsi a dismisura: sembra incinta. Quando l’intera otre è vuota, l’imbuto viene tolto. Lei cerca aria colla sanguinante bocca spalancata. Due boja, uno per parte, congiungono le mani, levando le braccia in alto e si rizzano sulla punta dei piedi, poi, di slancio, colpiscono il ventre gonfio. Un getto d’acqua misto a sangue, prorompe dalla bocca della ragazza: i due boja seguitano a colpire, come se battessero il grano per la trebbia, finché il ventre non ritorna piatto.
Prima di porla sulla sedia, la battono da tergo con il flagellum. Urla e maledice tutto e tutti, perfino i suoi genitori, mentre si contorce sotto le tremende sferzate. Uno dei piombi, girandole attorno al busto, arpiona un capezzolo e ne strappa via un pezzo. Le tenaglie piatte roventi glielo stringono abbrugiandolo, ma fermano l’emorragia. Con un affilato coltello, un boja lavora sul ventre della donna, lasciando sanguinanti arabeschi. Poi passa alle cosce: la lama non affonda molto, si limita ad incidere appena la pelle. E’ il sale, cosparso sulle ferite che colano sangue, a farla urlare. Inconsciamente, porto le mani alle orecchie per non sentire quelle grida disperate. Come se fosse la buccia di una cipolla, il boja alza un lembo di pelle: è pelosa, giacché sta vicino alla femminea matrice. Sento il notaio mormorare tra i denti: “Questo ti aspetta, maledetta Flavia!”. L’opera di scorticamento prosegue per altri due o tre lembi di pelle, sempre sul ventre. I corti capelli della ragazza, da corvini che erano, sono diventati tutti completamente albi. Negli occhi, essa ha un’espressione allucinata, la bava le cola giù dagli angoli delle labbra. E’ diventata demente! L’escissione degli occhi assume le sembianze di una forma di pietà.
Anche i due domenicani sono stravolti, all’uscire. Fratel Ludovico mi sussurra in un orecchio:” Eccellenza, vorrei parlarvi, dopo, se me lo concedete”.
Nella mia stanza, egli mi porge il cordiglio che si era in precedenza tolto. Ieri, quando la Badessa lo fustigava, sentiva solo dolore ma, dopo, nella sua cella, gli sono venuti in mente inverecondi pensieri, il corpo scosso da oscene pulsioni.
Si è alzato la tonaca e piegato: il suo culo presenta tumefazioni profonde. Gli impongo di non gridare. Sudo ed ho il fiatone quando smetto: stille di sangue sgorgano dalle sue natiche, laddove la pelle si è lacerata. Recita l’atto penitenziale con voce chiara. Pensa che sia finita. Lo faccio rimanere giù e gli do un’altra decina di frustate. Dopodiché, cosa che faccio spesso ai miei sottoposti, gli stringo lo scroto con forza. Egli digrigna i denti al dolore. Lo lascio. La pelle dello scroto è assolutamente arrossata, come quella del culo. Mi ringrazia, nel riacconciarsi.
E’ un’alba fredda, ma non livida. Sembra quasi che il sole voglia assistere al supplizio della più colpevole fra le colpevoli figlie di Eva. Flavia s’avanza, scortata dagli armigeri. La folla, a malapena trattenuta dai soldati, la ricopre d’insulti e ne chiede a gran voce il tormento. Seggo alla destra del Marchese, al posto d’onore. D’altronde, qui, io rappresento Sua Santità. Il luogo scelto è un basso poggio, in prossimità del mare, che si sente ruggire all’orizzonte. Un albero secolare, forse un ulivo, sorge al centro della radura. Le legano i polsi ad un ramo, Flavia ha le braccia alzate, tese, ma i suoi piedi toccano bene il terreno. L’hanno rapata a zero ma non l’hanno imbavagliata: la folla deve sentire le sue urla, deve gioire del suo dolore. Pochi colpi di coltello e la tunica grigia le cade ai piedi, lasciandola nuda. Per quanto ne possa giudicare io, Flavia non ha un bel corpo. E’ magra, anzi proprio secca come un giunco, piccolina di statura, scura di carnagione, le mammelle minime e pendule. Lo staffile lascia 33 solchi sanguinolenti nelle sue carni. Adesso, solo adesso, le caviglie sono legate alla base del tronco d’albero: Flavia è completamente immobilizzata, non può assolutamente muoversi. Non è un boja reale ad eseguire la condanna, ma un esperto beccaio di Otranto. Con un sottile coltellino affilato, incide la pelle tutt’intorno alla caviglia destra della sciagurata. Facendo leva con la lama, ne solleva i lembi quel tanto che gli basta ad afferrarli con la punta delle dita. Li trattiene saldamente e tira su, di colpo. Flavia urla. La pelle si stacca dalla carne per circa un palmo di lunghezza, mostrando i nervi e le vene e i muscoli nudi. La nausea torna ad assalirmi. Ripete l’operazione con l’altra gamba. Giunto all’altezza delle ginocchia, deve aiutarsi con il coltello per separare la pelle dal muscolo. Trema tutto, oscenamente, il corpo di Flavia: gli stracci di pelle sono recisi con il coltello appena a metà coscia. Per quanto strano possa apparire, c’è relativamente poco sangue. Sembra quasi che la condannata indossi calze purpuree. La rianimano, la sciolgono e tornano a legarla in modo che lei mostri al pubblico, a tutti noi cioè, la parte anteriore del corpo. Il coltello, ma stavolta di foggia diversa, quasi a mezzaluna, incide la pelle introno alla mammella destra. Il beccaio tira a sé: l’intera pelle del seno viene via, rimanendo attaccata solo al capezzolo, pendula.
Le urla di Flavia sono strazianti, anche per me. Pure l’altra mammella viene scorticata allo stesso modo. La donna è ancora, incredibilmente, viva. Respira fievolmente, gli occhi sono sbarrati ma è viva. La lama disegna lunghe strisce parallele sulle cosce e si ferma dove non c’è più pelle sulle gambe. Una per una, il beccaio tira all’ingiù queste strisce. E’ passato alla seconda coscia, quando il corpo di Flavia si agita fortemente, in preda alle convulsioni. Si inarca, si dibatte, si contorce: alla fine si ferma, immobile. La lingua enfia le esce fuori dalla bocca, gli occhi paiono fuoriusciti dalle orbite. Flavia, colei che è detta la monaca musulmana, sta affrontando il Tribunale supremo. Eppure il beccaio non si ferma: seguita lo scuoiamento, benché la paziente sia morta. Serro fortemente gli occhi per non vedere lo scempio. Un lieve colpetto sul mio fianco da parte di fratel Ludovico mi avverte: non posso, tuttavia, sopportare la vista di quel corpo ormai completamente scuoiato. Prego affinché lo portino via. Purtroppo, facendomi forza, sono costretto a benedire la folla eccitata. Quella cosa che un tempo era stato un corpo umano è ancora appeso all’albero. Sarà calato tra poco, arso e le ceneri gettate in mare.