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Racconto con sorpresa: Fiorella

6 Dicembre 2009

Per un giorno non si parla di sculacciate, lascio la parola a Bob!

Fiorella era spaventata. Lei era abituata agli spazi aperti della montagna e stare chiusa in quella stanza buia, con una piccola finestrella da cui filtrava appena un raggio di sole, l’atterriva. Era vissuta per tanto tempo con la mamma ed i fratellini, perché il padre se ne era andato. Stava arrampicandosi a quattro zampe su un dirupo, quando l’avevano catturata. Lei, in verità, non se ne era accorta perché aveva il sole negli occhi. Le avevano messo un laccio al collo, l’avevano trascinata via e costretta a salire su un carro, tirato da un ronzino che si era avviato sentendo lo schiocco della lunga frusta del carrettiere. Fiorella non ricordava quanto fosse durato il viaggio, poi, sobbalzando, il carro si era fermato. L’aveva spinta giù, ma lei si era impuntata; allora un uomo grosso e baffuto, l’aveva addirittura presa in braccio, per aiutarla a scendere. Fiorella era rimasta colpita da quella gentilezza, ma subito dopo, lo stesso uomo le aveva dato una pesante pacca dietro la nuca. Le aveva fatto male, tanto più che seguitava a colpirla con un bastoncino sulle chiappe per spingerla in avanti. Dentro quella cella buia. Fiorella aveva fame e sete, e le dolevano le mammelle. Chiamò disperatamente qualcuno, ma nessuno rispose. Anzi, rispose un uomo, da dietro la porta chiusa: “ Zitta o ti prendo a bastonate!” le aveva detto.
Aveva perso la cognizione del tempo, Fiorella: non sapeva più da quanto fosse lì dentro. Poi la porta si aprì. Fiorella si tirò su dal pavimento cosparso di paglia su cui si era sdraiata; le rimisero il cappio al collo e la condussero fuori dalla stanza, lungo un corridoio altrettanto scuro ed altrettanto umido. Entrarono in una sala grande, illuminata da torce. Fiorella volse intorno lo sguardo. C’erano tre uomini, vestiti di tonache bianche e nere, seduti dietro un tavolo, immobili come statue. C’era un uomo basso e tarchiato, col petto nudo e sudato ed un cappuccio rosso in testa. Ma soprattutto, c’era una donna. Era una donna vecchia, molto vecchia; i capelli bianchi sporgevano ai lati della panca su cui l’avevano legata, stretta stretta. Ed era nuda, completamente nuda: il corpo sfatto dall’età. Fiorella annusò l’odore della paura, in quella povera vecchia; ma alle sue narici giunse anche un altro odore, un sentore prelibato. Sale.
Fiorella si passò la lingua golosa fra le labbra ispide e col naso seguì la scia deliziosa dell’odor di sale; ce ne era parecchio, per terra, mescolato con l’acqua. La fame, e la golosità, spinsero Fiorella a leccare avidamente il pavimento, lambendo il rivoletto d’acqua salata, al punto giusto, proprio come piaceva a lei.
L’aveva asciugato tutto, quello che c’era per terra, Fiorella, ed era finito. Fiorella era delusa: così buono, ma così poco! Poi, invece, qualcuno, le mise una mano sotto al mento e la costrinse ad alzare la testa. Le narici di Fiorella vibrarono: ancora sale, e di quello di ottima qualità. La lingua di Fiorella tornò a leccare, rapida e veloce, quella massa biancastra di cui erano cosparsi, sotto e sopra, i piedi della vecchia legata.
La lingua della capra portava via tutto il sale ed attaccava la pelle della pianta dei piedi. La vecchia donna rideva sguaiata per il solletico, inarcava il decrepito corpo, in preda agli spasimi. La ruvida lingua aveva tolto tutto il rivestimento salino, e stava ingorda lambendo la pelle. Ben presto l’avrebbe strappata via, avrebbe messo a nudo la carne, scoprendo tendini e nervi. La vecchia urlò, tra le risate, ed urlò ed urlò.
A Fiorella, capra di Alcantara, non piaceva molto il gusto del sangue umano, però la crosta di sale era stata una delizia!

Public Disgrace: torturata con la cera

24 Settembre 2009

Da Public Disgrace: giovanissima ragazza prima viene torturata con le cera e poi costretta a soddisfare le pesanti voglie sessuali dei suoi aguzzini. Qui trovate la galleria completa.
torturata con le cera
ragazza fa pompino
ragazza inculata

Racconti: Matita

1 Agosto 2009

Un racconto da Bob Knees: molto duro. Il racconto è molto forte, quindi se pensate di scandalizzarvi, non leggetelo.

La donna bionda estrasse la matita dal temperalapis e soffiò via i rimasugli di legno dalla piccola lama d’acciaio. La punta nera della matita gialla era simile ad un aculeo. La donna bionda ripose il temperalapis nel cassetto della scrivania. Alzò in verticale la matita per osservarne la punta. “Sapeste quanto può far male una semplice matita! – costatò – proprio quella che adoprano i bambini a scuola! Ditemi tutto e l’adoprerò semplicemente per disegnare…” La donna bionda rimase in attesa.
Jorge seguiva affascinato i movimenti della matita; non voleva guardare la donna bionda, seduta di là dalla scrivania. Quella gli piaceva! Il viso era bello, dai tratti raffinati, i capelli lisci, l’aderente uniforme blu, abbottonata fino al colletto, ne metteva in risalto il prosperoso petto…stava divagando, stava offendendo la sua Margherita. Jorge dovette girare tutta la testa per guardare la sua compagna, anche lei seduta accanto a lui; ma l’occhio destro di Jorge era chiuso e livido: un colpo di sfollagente, giù alla stazione di polizia, poco dopo che li avevano arrestati. Ci avevano trascorso tutta la notte, in uffici separati. Lui era stato pestato ma non aveva detto niente: più insultava i poliziotti, più quelli picchiavano. Margherita, invece, sembrava non aver subito niente, almeno non portava segni evidenti sul fisico. Li avevano fatti ricongiungere mezz’ora prima e li avevano portati, trascinati, in questa stanza sotterranea, senza finestre.
Con una spinta, li avevano costretti a sedersi su quelle scomode sedie di formica verde, le mani ammanettate dietro la schiena. E la bionda stava facendo la punta alla matita….
Margherita sentì un brivido lungo la schiena. Quella lì sembrava una professionista, una sadica: lo aveva notato dal lampo che le scorse negli occhi, mentre la fissava soffiando via il legno. C’era crudeltà in quegli occhi, crudeltà in quel ghigno. Però, Margherita era pronta a tutto: sapeva bene i pericoli che correva, quando aveva deciso di fiancheggiare i ribelli al governo golpista. Lei e Jorge facevano propaganda per i ribelli, all’università, diffondevano volantini: un ruolo, tutto sommato, marginale nell’organizzazione della resistenza al regime. Li avevano presi la mattina, avevano sfondato la porta con i loro scarponi e li avevano sorpresi a letto, addormentati dopo aver fatto all’amore.
La bionda si alzò, la matita nella mano. Con essa indicò Jorge, ma guardò Margherita “Tiratelo su e calategli i calzoni!” ordinò secca ai due poliziotti. Questi sollevarono il ragazzo da sotto le ascelle, ed uno gli abbassò i pantaloni da ginnastica che gli avevano fatto mettere quando l’avevano catturato. Stavolta, la poliziotta bionda si rivolse direttamente alla ragazza seduta “Scopa bene il tuo amante? Ti soddisfa? Ti fa venire l’orgasmo? Dicci tutto e potrai seguitare a godere. Allora?” C’era un sorriso sadico sulle sue labbra. Margherita voltò la testa, disgustata. La bionda afferrò con la sinistra il membro di Jorge, ne affondò le unghie, lunghe e sporche, nello scroto, lo strizzò. Jorge cercò di scalciarla, ma i poliziotti rinsaldarono la presa. La mano della donna scorreva, adesso, su e giù lungo il membro; Jorge sentì che si stava eccitando, a quel massaggio; tentò di pensare ad altro, a tutte le cose brutte che aveva visto nella sua vita. Ma non ci fu niente da fare: il fallo si stava alzando, indurendosi. La bionda poggiò un ginocchio a terra, accostò la faccia più vicino al fallo del ragazzo; “Oddio, vuol farmi un pompino!” pensò costui, terrorizzato. Il fallo era dritto, il glande scoperto, Jorge stringeva i denti. La mano sinistra della donna afferrò quella verga di carne, la punta della matita fu avvicinata a contatto con il glande nudo. Con un ghigno la donna spinse dentro la matita. Jorge urlò.
Uno dei poliziotti che teneva immobile uno Jorge ormai privo di sensi, sentì che la colazione gli stava ritornando su lungo l’esofago. La donna seguitò a spingere dentro la matita: solo la gomma giallastra sporgeva fuori, orrenda mentula.
La poliziotta si rimise in piedi. Il suo indice premette preciso sotto il lobo destro di Jorge; il ragazzo riaprì gli occhi vacui. Gli disse, scandendo bene le parole: “Potrai ancora scopare, se mi fermo a questo punto: certo, piscerai sangue per un po’ ma passerà. Dimmi i nomi di tutti i vostri complici e sfilerò la matita”. Jorge sentiva fitte di dolore al basso ventre, ma, in maniera strana, sentiva anche l’eccitazione dell’amplesso: come se il suo sperma volesse schizzare fuori e ne fosse impedito.
“No, non dirgli niente!” urlò Margherita, alzandosi di scatto, visto che i tre poliziotti erano impegnati con il ragazzo. Il gomito della bionda scattò come una molla, Margherita si piegò su se stessa senza fiato: era stata colpita in pieno plesso solare. La poliziotta la spinse di nuovo a sedere. “Dopo penserò a te, dopo che avrò finito con il tuo amante, con il tuo ex amante, dico meglio: lo trasformerò in un eunuco, a meno che voi non mi diciate tutto!” la voce della bionda era gelida.
Jorge era il più debole dei due e la belva lo aveva capito, pensò Margherita. Come tutti i maschi, aveva il debole di temere di perdere la propria virilità e su questo aveva puntato la belva. Come tutti i maschi, Jorge era poco abituato al dolore fisico e su questo puntava la belva. Margherita respirò profondamente, il dolore stava passando: attraverso la nebbia che le velava gli occhi, vide la belva abbassare entrambe le mani verso il basso ventre di Jorge e colse il luccichio della lama. Il poliziotto gli strinse ancor più forte il braccio intorno al collo, ma chiuse gli occhi. L’affilatissima lama del rasoio scorreva lungo il membro irrigidito, incidendone la pelle. Jorge urlò, la lama si fermò.
“Basta, basta…non ce la faccio…Emanuel Contrada è stato lui che ci ha messo in contatto, abita a Rua Nigra… Fermati ti prego!” il giovane era in piena crisi isterica. La poliziotta sollevò il rasoio e lo porto sotto il pene, girando il polso: la lama tornò ad affondare nella pelle; la donna la tirò verso di sé, mentre caustica diceva “Questo lo sappiamo! Voglio i nomi di tutti i tuoi complici, tuoi e di questa zoccola, se no te lo sbuccio come una banana!”.
Jorge prese fiato, ansimante: il dolore era insopportabile. E stava per venire: non ce la faceva più! Svenne ancora una volta. Stavolta, però, la bionda non fece nulla per rianimarlo. Afferrò la gomma da cancellare all’estremità ed estrasse la matita: sangue e poche gocce di sperma uscirono dal meato.
Si girò verso Margherita, impugnando il lapis sporco di rosso ma ancora ben appuntito; con la mano afferrò i capelli della ragazza e la costrinse ad alzare la testa. “Hai begli occhi verdi – le sussurrò- l’avrai preso tante volte in bocca, il cazzo del tuo amante. Adesso sentirai i suoi succhi con gli occhi!” Margherita chiuse la palpebra: urlò, quando la punta della matita la traforò.
La sera stessa, la polizia fece una retata all’Università. Di Jorge e di Margherita non si seppe più niente.
Il tenente Rosalba J. M*** fu condannata a dieci anni di carcere, quando ritornò la libertà.

Racconti: Ardenne

10 Marzo 2009

Un racconto di Bob Knees…non so che definizione dargli…vabbè almeno c’è la medaglia alla memoria, solo d’argento però :-(

Era freddo, per esser settembre; come spesso succede, ad un lungo periodo di siccità estiva viene appresso un autunno freddo. Il caporale Krimilde V*** si mise a posto i capelli, davanti allo specchio. L’incontro con l’Oberstammfuhrer Walter, non era stato affatto eccitante. Lei aveva le chiappe ancora tutte indiolenzite. Il capitano sapeva usare bene soltanto la bandoliera d’ordinanza; per il resto, non era molto dotato. Anzi, aveva il coso di un bambino, nonostante la mole gigantesca.
Krimilde portava il nome della sposa di Siegfried e, come lei, aveva ammazzato il proprio figlio. Insieme ad altri bambini. Li aveva ceduti ai gerarchi, perché ci facessero il proprio sporco comodo. Hans aveva avuto un’emorragia, dopo, e non c’era stato niente da fare per lui: gemeva e soffriva nel suo lettino d’ospedale; e lei, la madre, gli aveva fatto un’iniezione. L’avevano scoperta e, per paura che parlasse, l’avevano mandata in carcere, il più duro di tutto il Reich. Era lì che aveva conosciuto Walter. Lui era il direttore. L’aveva fatta frustare, il primo giorno che lei era entrata, per insegnarle come ci si comporta, aveva detto. Krimilde era abituata alle percosse: il marito gliene aveva date tante!
Però, distesa su quel tavolo, mentre il direttore le frustava le natiche nude, non aveva provato soltanto dolore; ma pure una sensazione strana, che non sentiva più da anni. Quando l’avevano riportata in cella, con il sedere in fiamme, la sua mano era corsa al basso ventre e aveva goduto, da sola, come non mai prima.
Si appoggiò la bustina sui corti capelli biondi. Iniziava un’altra giornata, in questo maledetto paese di traditori.
L’avevano tirata fuori dal carcere, per arruolarla in un reparto speciale delle SS; aveva accettato subito, perché l’alternativa era quella di rimanere a marcire là dentro per chissà quanti anni. Il reparto era composto da tutte donne, dodici per l’esattezza, ed aveva il compito di far parlare le partigiane. Il comandante era, naturalmente, Walter.
Krimilde si divertiva a torturare quelle donne magre e spaurite: semplici staffette, come le chiamavano i banditi, porta ordini e nient’altro. Ma questa, quella che doveva interrogare stamattina, sembrava diversa. Era più bella e più grassa di tutte quelle che finora le erano capitate; aveva un portamento altero, parlava bene senza inflessioni dialettali particolari le aveva detto Anna, l’ausiliaria dell’esercito fantoccio di quell’italiano che scimmiottava il Fuhrer.
Nella stanza con la finestra murata, Simonetta C*** pregava, inginocchiata sullo sporco pavimento. Pregava Dio che le desse la forza di resistere alle torture. Simonetta era una contessa, proveniva da una nobile famiglia emiliana; ma era anche la coordinatrice delle cellule partigiane. Non avrebbe dovuto parlare: se lo avesse fatto, l’intera organizzazione sarebbe stata smantellata da quegli stronzi dei crucchi. Lei era stata una stupida, a farsi prendere così: durante un controllo per strada. Ancora non sapeva che cosa le fosse venuto in mente: ingoiare quei pezzetti di carta, quegli con gli ordini scritti, davanti agli uomini della Wermacht! Strano che l’avessero portata là e non dalla Gestapo. L’avevano perquisita, naturalmente, ma non avevano trovato niente, altrettanto naturalmente. Una donna bionda e alta, in divisa, l’aveva interrogata, servendosi di un’interprete italiana, una repubblichina. Lei, Simonetta, non aveva ceduto: stava mangiando un pezzo di pane, non la carta; lei non c’entrava niente con i partigiani. Non le avevano creduto, naturalmente, e l’avevano sbattuta in questa stanza, senza luce e senza aria. Oggi l’avrebbero torturata.
La porta si aprì. Krimilde volse lo sguardo in giro: l’italiana stava seduta per terra, in un angolo. Fece cenno ai due soldati di afferrarla e portarla di là, nella stanza degli interrogatori. Anna c’era già: piccola, bruna, magra, nervosa. La sua divisa blu ne accentuava i tratti spigolosi. Legarono Simonetta al muro, le braccia divaricate e legate a due catene.
Krimilde non capì quasi nulla di ciò che Anna aveva chiesto alla prigioniera: vide però che quest’ultima scuoteva la testa. Il caporale prese il coltello.
Simonetta strinse i denti. La tortura cominciava. Udì la lama che tagliava la stoffa del suo vestito e, poi, quella della sottoveste. Ebbe un brivido, per l’improvviso freddo che ne colpì la pelle. Oddio, ha tagliato pure il reggipetto. La lama accentuò la sua sensazione di freddo. Sentì il contatto con due mani, che le calavano giù le mutande, il coltello segò il loro elastico. Simonetta, adesso, era nuda. Gli indumenti strappati erano mantenuti attaccati al muro soltanto dalla pressione del suo petto contro la parete. Si scostò ed essi caddero in terra, tranne il reggipetto: le coppe erano rimaste sulle prosperose mammelle. Simonetta scosse il busto per far cadere anche lui. Non ci riuscì.
Krimilde palpò quel culo, bello, più sodo e più grasso di quello delle altre che finora aveva interrogato. Facendosi scudo con il proprio corpo, affinchè Anna non potesse vedere quel che faceva, cercò con la mano la figa della prigioniera.
Simonetta, a quel contatto, tentò di schiacciarsi alla parete, ma l’osceno dito cercava e cercava. E trovò. Lo sentì toccare la sua natura, tentare di infilarcisi dentro: Simonetta provò una fitta, là sotto.
Questa sciocca è ancora vergine! pensò il caporale: tipico delle italiane. Si mantengono intatte per il loro sposo, per il loro principe azzurro. Ci sarà da divertirsi con lei, sogghignò.
“Vogliamo i nomi di tutti banditi della zona. Ti conviene dirceli subito e la signora non ti farà nulla” la voce di Anna era fredda e sicura. Simonetta si morse il labbro. Oddioooo, Madoonna che dolore: mille e mille aghi le erano stati infissi nel sedere…. Krimilde guardò soddisfatta l’impronta che la catena aveva lasciato sulle natiche della prigioniera.
Il buon acciaio aveva segnato la pelle. Ma questo era solo un colpo d’assaggio, tanto per farle capire. Strinse nel palmo della mano le due estremità della catena, fece un passo indietro e colpì, aiutandosi con tutta la forza della spalla.
Simonettà urlò, Anna chiuse gli occhi. La catena aveva colpito la schiena, proprio in mezzo: per un attimo, si era sentito il rumore dell’acciaio contro le ossa. Un piccolo brandello di pelle pendeva appena sotto la scapola di Simonetta.
“Ti prego: parla!” sussurrò Anna. Simonetta allargò le gambe, per darsi maggiore stabilità. La seconda volta, sotto il secondo colpo, il suo busto andò a sbattere contro la parete. Il reggipetto scivolò in basso, sul pavimento.
Il caporale lasciò andare uno dei capi della catena: così era più lunga adesso. E fischiava pure nell’aria. Colpì. I capezzoli di Simonetta toccarono l’intonaco: l’ultimo anello della catena aveva colpito il seno sinistro, di lato; i denti di Simonetta affondarono ancor più nel labbro inferiore.
E dieci! contò Krimilde. Ormai la schiena della prigioniera era tutta rossa, con schizzi blu. Alcune zone della pelle erano abrase: tra poco, ne sarebbe uscito sangue. Ma lei non aveva ancora parlato. Era tutta tremante, le lacrime le scendevano giù per la faccia, ma non aveva pronunciato una sola parola, la giovane vergine…la giovane vergine! Krimilde scoprì i denti in un sorriso maligno. Posò la catena sul tavolo e prese lo sfollagente, quello tozzo e grosso rivestito di gomma ruvida.
“Che vuol fargli? Non così, non così…” piagnucolò Anna, in tedesco. “Dille di dirci tutto” replicò il caporale.
Le parole volgari Simonetta le conosceva, ma non le aveva mai pronunciate: l’educazione glielo aveva impedito.
Eppure rispose con una parolaccia ad Anna. Subito dopo sentì una calda mano che le scostava appena le natiche, sentì un qualcosa di duro appoggiato all’ano. Urlò di dolore ma ancor più di vergogna quando quell’oggetto sconosciuto iniziò ad entrarle dentro.
Sto violando la tua intimità, ti sto facendo quello che avrebbe dovuto farti il tuo amante, se mai ne avessi avuto qualcuno. E’ come se io, una donna, penetrassi dentro di te, dentro il tuo culo. Come ti sentirai, dopo, sverginata di dietro prima che davanti? Prendi, prendi. E’ entrato tutto: adesso lo giro su se stesso, con forza.
Anna era disgustata, chiuse gli occhi per non vedere quella scena. Il caporale tedesco leggermente piegata in avanti, che girava lo sfollagente, con sadismo dentro il buco del culo della ragazza; che si lamentava ma non urlava più, nemmeno sotto quel tremendo oltraggio. Pochi centimetri del manico dello sfollagente uscivano tra le natiche.
Doveva sentire dolore, doveva sentirsi squartare, tanto più che aveva girato l’attrezzo più volte dentro di lei: un piccolo filo di sangue colava giù per l’interno della coscia. Suo malgrado, Krimilde si stava eccitando sessualmente. Stasera, quando fosse tutto finito, avrebbe detto a Walter e lui si sarebbe tolto la bandoliera da tracolla, l’avrebbe arrotolata intorno alla sua grossa mano, le avrebbe ordinato di spogliarsi e ….
“Meine Komandant, la prego si fermi! Faccia provare a me ad interrogarla…” le parole di Anna le giunsero alle orecchie come attraverso uno strato di ovatta. Come si permette, questa stronza d’italiana, di interrompere un momento così bello, così lussurioso? Sento che mi sto inumidendo, sotto….
Simonetta quasi non udiva ciò che le stava dicendo l’interprete. Il bruciore, là sotto, era devastante: sentiva il retto pulsarle come se il cuore si fosse trasferito proprio lì. Simonetta piangeva ma non voleva dargli la soddisfazione di sentirla singhiozzare.
“Aiutami a girarla, con il petto davanti” ingiunse Krimilde alla repubblichina. Lei, molto più alta, aveva già sciolto il polso destro della prigioniera. Simonetta era caduta in ginocchio, i suoi capezzoli avevano strusciato il muro. Le lasciò fare: non aveva la forza fisica per opporsi. Adesso, con le mani incatenate sopra la testa, le poteva vedere entrambe. Una alta e formosa, dai lineamenti squadrati, l’altra piccola e scura: proprio una bella coppia, pensò ironicamente.
La catena, doppia, le percosse il ventre. Simonetta piegò le ginocchia. Seguitò ad urlare a lungo, perché la scarpa dalla punta chiodata le aveva sferrato un tremendo calcio: forse la rotula si era rotta.
Le tette sono grosse, quasi come borracce rigide. Vediamo se un paio di colpi con la catena lì sopra le sciolgono la lingua. Krimilde prese attentamente la mira, portando la catena a sfiorare i capezzoli, ma senza toccarli. Poi colpì.
Simonetta si sentì mancare il respiro. Ancor più dei colpi precedenti, ancor più di quel coso che era dentro di lei, questo era vero dolore. Chinò la testa, la bocca aperta ad inspirare affannosamente l’aria.
“Guarda qui…-disse il caporale avvicinando la testa alla mammella destra della donna appesa al muro e rivolgendosi ad Anna- è quasi staccato. Ahi! Maledetta!”
Simonetta, altro non poteva fare che colpire con il mento quella fronte algida, così vicina alla sua mammella: a portata di tiro. “Zofferenzza, tanta zofferenzaaa…” balbettò in pessimo italiano la tedesca. “Adesso glielo taglierò del tutto, così non serve a niente. Le sto facendo del bene! Diglielo!” si rivolse ad Anna, che tradusse con voce assolutamente fredda, ma reprimendo i conati che le salivano in gola. Di nuovo il coltello in mano all’aguzzina, Simonetta chiuse gli occhi per non vedere. Ebbe appena un attimo per preparare la propria mente al tremendo dolore che il corpo avrebbe sofferto. Non fu un taglio netto, Krimilde adoprò la lama del coltello come una sega, facendola scorrere avanti ed indietro su quella protuberanza di carne rosea. Simonetta svenne, sopraffatta dal dolore.
Il caporale delle SS pulì la lama sporca di sangue, sui peli pubici della vittima, ma uno schizzo le aveva imbrattato l’uniforme. Ne fu contriarata: Walter le avrebbe dato almeno dieci frustate in più per questa sua disattenzione.
Anna, pallida, si era dovuta sedere: non ce la faceva più a stare in piedi. Si copriva la bocca con la mano nel tentativo di reprimere il vomito. Non ci riuscì e si precipitò fuori dalla stanza alla ricerca di un cesso.
Quando tornò dentro sentì alle narici la puzza di bruciato, prima ancora di udire il sibilo della saldatrice.
Krimilde aveva cauterizzato la ferita con la fiamma viva. Poi abbassò la saldatrice, al ventre, al basso ventre: i peli si incenerirono, bruciando. Il rosso delle ustioni apparve sulla pelle ormai glabra. L’indice ed il medio sovrapposti della tedesca infransero l’imene dell’italiana. Era stata una fitta di dolore, ma lontana, molto lontana come se non riguardasse il proprio corpo. Attraverso il velo rosso del dolore che aveva davanti agli occhi, Simonetta vide la punta del coltello avvicinarsi al suo ombelico, la sentì entrare dentro la carne….
La contessina Simonetta C*** fu insignita nel giugno 1945 della medaglia d’argento alla memoria.

Racconti perversi: Flavia

21 Dicembre 2008

Bob Knees è un uomo molto colto e ha la passione per la storia, oltre che per i racconti perversi.

Leggete cosa ha scritto questa volta: dobbiamo ammettere che ha un grande talento!

FLAVIA

Perché proprio a me, o Signore? Io sono uomo di lettere, di studio, di contemplazione: perché proprio a me? Se non fosse stato per il sacro voto dell’obbedienza, mai avrei accettato! Oh, mio Dio, questo è un pensiero di peccato! Chiederò a sorella Brigitta di flagellarmi per aver avuto questo pensiero! Quando l’Eminentissimo mi convocò e mi ordinò di seguire personalmente la brutta faccenda di Otranto, mi schermii adducendo proprio codeste ragioni. Giammai mi mossi da Roma, dal momento in cui vi nacqui ad allora. Egli fu irremovibile: sarei andato in quella città apula come rappresentante di Santa Romana Chiesa, munito di lettera patente sigillata con la bulla di Nostro Signore Sisto Papa IV.

Nulla importava che non avessi profonda conoscenza dell’avvenuto, avrei trovato in loco collaborazione. Mio compito precipuo era quello di controllare a che tutto si svolgesse in base ai dettami ecclesiastici, giacché vi erano coinvolte donne che i sacri voti avevano pronunziato.

Ed ora eccomi qui: a bordo di uno scassato trabiccolo, tirato da due mule recalcitranti e guidato da un buzzurro semi addormentato e pure ebete. Per tema dei briganti, ho indossato abiti civili e ben nascosto il denaro affidatomi. Stiamo percorrendo la Via Appia, la Regina Viarum come fecero già Cicerone ed Orazio; mi aspettano altri tre giorni di viaggio prima di arrivare a destinazione.

Eccola lì, Otranto la bianca. Mi appare come un miraggio, nel caldo sole di settembre, fra i campi riarsi. Più ci avviciniamo, più si vedono i segni del recente massacro. Le truppe del Bastardo d’Aragona sono accampate al di fuori delle mura scalcinate ed uste. Finalmente, sulla strada battuta che immette alla Porta Settentrionale, scorgo due frati domenicani. Che siano coloro che mi aspettano? Urlo al burino di fermarsi, scendo e mi sgranchisco un po’ le mie vecchie ossa tormentate dalla scomoda immobilità durante il tragitto. Mi avvicino ai due fratelli e mi presento. Si, sono proprio essi quelli che devono accomitarmi in codesta perigliosa impresa. Mentre ci avviamo alla loro Casa, mi erudiscono. Purtroppo, durante l’assalto dei Turchi e la loro permanenza in città, molti hanno ceduto, chi per paura chi per dolo. Anche le sante vergini del Convento. Anzi Flavia, loro vice badessa il cui comportamento avrebbe dovuto esser faro per le consorelle nel procelloso mare del mondo, si era concessa all’infedele. Per quasi un anno, per tutto il tempo che Dio ha concesso all’invasore di porre piede sul sacro suolo d’Italia, esse hanno convissuto more uxorio con i musulmani infedeli. Dall’insano connubio, nacquero anche due pargoli, di per sé innocenti ma frutto della colpa, che i buoni confratelli hanno già provveduto a strozzare. Quando le forze di Alfonso d’Aragona dalla parte di terra e le navi di Nostro Signore il Papa dalla parte di mare hanno costretto i malvagi ad abbandonare precipitosamente la città, esse colpevoli e ree sono state abbandonate dai loro colpevoli amanti cosicché sono state catturate dai soldati del Bastardo. A stento, le hanno sottratte alle giuste ire dei concittadini, che volevano ammazzarle subito, facendo a loro, secondo la legge mosaica, le stesse atrocità che esse, ed i loro sozzi drudi, avevano compiuto contro di loro.

Il tribunale laico le ha condannate: sono bastati pochi minuti ai signori giudici per conferire la pena estrema ed esemplare. Il processo inquisitorio ha confermato le loro turpi colpe. Non si aspettava che me, per dar corso alla pena.

Dopo il giusto riposo, ho preso visione degli incartamenti: sono molto veloce a leggere, è un dono elargitomi indegnamente dall’Onnipotente. Mi sono reso ben conto della situazione e degli innominabili peccati che le sciagurate commisero, contro la Regola, contro i voti professi, contro i loro fratelli stessi, contro Dio. Giudicai fin troppo mite la condanna.

Una sola aveva dato segni di sincero pentimento, un’altra invece aveva addotto a scusante le giovane età (non ha che 15 anni) e l’inesperienza. Questi due casi, dovrò vagliarli. Per le altre tre, la morte è poco!

Ne discussi con i Domenicani inquisitori e la badessa inviata da Bari, essi furono d’accordo. Flavia sarebbe stata affidata alla comunità per esser scuoiata viva, di fronte a tutti, dopo aver ricevuto 33 sferzate. Domenica, Luigia, Amantina sarebbero state torturate a morte e le loro teste mozzate sarebbero state esposte. L’esecuzione, trattandosi di donne votate a Dio, anche se infingarde, sarebbe avvenuta nel castello, senza la visione di alcuno se non del boja, dei fratelli inquisitori e di me, naturalmente.

Espressi il desiderio di parlare con Gaudina, colei che si credeva pentita, e con la giovane Lucia.

Mi furono condotte davanti. Avevano il saio delle penitenti, i capelli quasi rasati, il volto pallido per le privazioni e per la detenzione. A Gaudina, qualcuno aveva spezzato tre dita della mano destra. Le interrogai per tutto il pomeriggio. Al vespero, ero giunto alla conclusione che si doveva usare severità, mitigata però dalla clemenza umana e dalla pietà cristiana. Proposi per la prima la battitura con le verghe roventi; dopodiché, se fosse sopravvissuta, finirebbe reclusa e parietata in un convento del suo Ordine. Lucia mi sembrò ingenua, perfino angelica: ma Lucifero era il capo delle Legioni divine! La Badessa propose che fosse cucita, in modo da non avere più alcun desiderio impuro, dacché, mirum dictu, alla visita ella era risultata ancora intatta. Parvemi troppo lieve la pena: sebbene non avesse indugiato nelle carnali ed orrende pratiche, ella era ugualmente colpevole. Sarebbe stata sculacciata, proprio come una bambina, e poi cucita.

Quasi svennero ad ascoltar la sentenza.

Si procede immediatamente. In corteo ci rechiamo nelle segrete del castello di Otranto. Ivi ci attendono tre boja incappucciati: indubbiamente maschi, a giudicare dal petto villoso e dagli attributi che si intravvedono sotto le braghe. Ritengo che la presenza della Badessa, vergine consacrata, non sia indispensabile e perciò la faccio allontanare. Ella nullo verbo profferisce, ma il suo sguardo…… Di poi, mi occuperò anche di lei. Recitate le consone orazioni, con contrizione e pentimento per quello che stiamo per fare noi stessi, giacché i boja altro non sono che estensione secolare del braccio eterno di Santa Chiesa, si da inizio all’esecuzione.

Gaudina è ignuda. La si distende bocconi sul tavolo di tortura e la si fissa ad esso mediante legacci di cuoio. Con la mano protetta da uno straccio, il boja prende per l’estremità una verga di ferro, relativamente piccola, che assieme ad altre aveva messo ad arroventare nell’apposito braciere: la verga, che non è rotonda ma a sezione triangolare, è incandescente. L’incappucciato la leva in alto e rimane così nella attesa di un mio cenno. Abbasso la testa. Urla la donna, allorché la verga rovente le entra nelle carni, poco sotto le natiche laddove si innestano le cosce; la carne si apre al contatto e sfrigola, il boja lascia lì il pezzo di ferro. Il puzzo di carne bruciata mi colpisce orridamente le nari. Altre tre verghe vengono infisse nel corpo di Gaudina: alle spalle, nel pieno deretano e nelle cosce, poco sopra al ginocchio. La donna è svenuta ma è fatta rinvenire: sembra San Sebastiano trafitto dalle frecce. Soltanto che queste frecce non sono infisse trasversalmente, ma parallele al corpo. Bisogna aspettare che il ferro si raffreddi, a contatto col sangue e con la carne. Gaudina è scossa dai singulti, non ha più voce per quanto ha urlato di dolore, il suo corpo trema tutto.

Con le mani guantate, il boja afferra le due estremità della prima verga che aveva infisso, quella sotto le natiche, e la tira con veemenza verso l’alto. Attaccati ad essa, brandelli di carne: dalla piaga si riversa sangue in abbondanza. Alla fine, tutte e quattro le verghe sono tolte. Attraverso la ferita delle spalle di Gaudina, si intravvede il bianco delle ossa. Dopo ogni estrazione, Guaudina perde i sensi: uno straccio imbevuto di essenze, passatole sotto il naso, la fa rinvenire.

Mi sento piuttosto male, il mio stomaco borbotta, reprimo conati di vomito a malapena. Fratel Ludovico, che siede accanto a me, cortesemente mi chiede se mi sento male. Faccio cenno negativo con la testa: non ho la forza per parlare.

Il sangue scende abbondante dalle ferite di Gaudina; per disinfettarle, il boja vi versa sopra aceto bollente. La donna urla atrocemente. Io chiudo gli occhi. Li riapro soltanto quando il notaio comincia la lettura dell’atto di esecuzione della pena. Guadina giace ancora sul tavolo di tortura: sembra morta, immobile. La sciolgono e la fanno rialzare; non ce la fa a reggersi in piedi: devono sostenerla per portarla fuori.

L’aria, qua dentro, è diventata irrespirabile: la puzza di carne ustionata si è diffusa dappertutto; io sudo abbondantemente. Bisogna procedere con Lucia, purtroppo. Essa è ugualmente nuda, ma per mio ordine è stata bendata. Il suo acerbo corpo di carne non suscita in me alcuna emozione, invece qualcosa si diffonde sul volto di fratel Ludovico. Appoggia il mento sul palmo della mano e si protende in avanti, come se volesse veder meglio.

La giovane è legata sopra un cavalletto, il posteriore ben proteso in alto, la matrice femminea esposta. Fratel Ludovico si passa la lingua sulle labbra, forse per inumidirle. Un altro boja, più nerboruto del primo, impugna una grossa e pesante paletta di cuoio. Al mio assenso, percuote le natiche della ragazzina. Ella urla, strilla, si agita per quanto glielo permettono i legacci. Il suo deretano è tutto rosso, la carne si schiaccia sotto la paletta e, grazie alla giovinezza del corpo, torna su dopo poco tempo. Per una mezza clessidra grande, dura il supplizio. Chiappe e cosce sono proprio del colore del cocomero; i semi, sono le zone ormai quasi blu nerastre dove i bordi ottusi della paletta hanno impattato la pelle. Ritengo che Lucia, con oltre 30 sculacciate, abbia ricevuto una congrua punizione; faccio un cenno affinché si ponga tregua. Mentre gli altri due sciolgono Lucia, il boja afferra un grosso ago curvo; pena un po’ di tempo ad infilarci nella cruna un filo di canapa. Lucia è sempre sul cavalletto, ma in posizione contraria a prima. Stavolta sono le reni a poggiare sull’asse trasversale, dove prima si appoggiava il ventre; la testa è rovesciata all’indietro, le gambe ben aperte sono legate in basso alle caviglie. La sua matrice femminile è tutta esposta. Il boja si avvicina a lei, tenendo fra l’indice ed il pollice l’ago curvo. La sua posizione, tra me e la suppliziata, mi impedisce di vedere che cosa sta facendo. E’ un bene: difficilmente avrei potuto resistere alla visione. Odo gli urli disperati di Lucia, quando la punta aguzza le penetra nella carne delicata della matrice femminea; li conto: sono 6. Anch’ella sviene, alla fine. Né i miei occhi stanchi, né la mia nulla esperienza mi possono far giudicare se il boja abbia compiuto un buon lavoro. Lungo le cosce di Lucia, scorre il sangue. Anche lei viene trascinata via.

Finalmente il notaio finisce la lettura di questo secondo atto rogato. Non ce la faccio più. Mi alzo di scatto e mi allontano. La fetida aria delle segrete mi sembra aura leggera, in confronto a quella che ristagna nella camera di tortura.

 

Nulla tocco del cibo al desinare. Subito dopo l’orazione del reddegratiam convoco sia fratel Ludovico che la Badessa nella stanza che il Bastardo ha voluto riservarmi. Sono diretto, come mio solito.

“Fratel Ludovico, sappiate che siete sub vinculo confessionis. Lo ha deciso la mia autorità, di cui sono indegnamente investito. Rispondete quindi con assoluta sincerità. Stamane, mentre assistevate al supplizio della giovane monaca chiamata Lucia, avete peccato di concupiscenza?”

Il volto glabro del domenicano diventa di tutti i colori. Volge lo sguardo verso la Badessa, che siede immobile, gli occhi bassi; si passa più volte la lingua sulle labbra, ed alla fine tira fuori dal profondo del petto: “Si!”.

Ne ero certo. La sua penitenza sarebbe stata consona, seppure al di fuori della consueta prassi canonica.

Gli intimo di consegnarmi il cordiglio. Egli è stupefatto, ma non osa né può disubbidire. Se lo scioglie dalla vita e me lo da. Gli ordino di piegarsi sul tavolo, alzarsi la tonaca per ricevere la disciplina. Di nuovo, vampe di rossore gli accendono il volto. Osa dire: “Ma così, alla presenza della reverenda Madre?” Diventa terreo, quando ode la mia risposta: “Sarà proprio la Reverenda Madre a somministrarvi la disciplina! Voi avete concupito, seppur solo mentalmente, una sua consorella; ritengo giusto che sia lei, quale rappresentante dell’Ordine, a penitenziarvi. Voi, Badessa, venite qui. Ecco il cordiglio. Colpite fratel Ludovico per 20 volte, quanti sono i versetti del Miserere. E voi, fratello, chinatevi e scopritevi.” E’ allibita pure la Badessa, di fronte a quella situazione affatto nuova. Forse prova vergogna: e questa è già una punizione per la sua ira precedente. Con un gran sospiro, il domenicano si tira su la tonaca, fino alle reni e si piega. Non ci mette eccessiva veemenza la Badessa nel fustigarlo, ma il cuoio della cintura fa uno strano rumore ogni volta che colpisce le grassocce natiche del frate. Dalla mia posizione, sul lato opposto del tavolo, lo vedo chiudere gli occhi, storcere la bocca, respirare sempre più affannato man mano che le frustate si susseguono. Inoltre, la Badessa mostra adesso bagliori negli occhi, come di eccitazione. Al ventesimo, ed ultimo, colpo, dalla bocca serrata del domenicano esce un mugolio. Dopo che la Badessa mia ha riconsegnato il cordiglio, impedisco al frate di risollevarsi: “ Rimanete così e recitate l’orazione penitenziale!” Borbotta le sacre parole più che pronunciarle. Senza mia ordine esplicito, la Badessa si è rimessa a sedere, ma stavolta con gli occhi fissi sul culo rosso del confratello.

Lo faccio ricomporre e lo licenzio con queste parole: “Ti assolvo, fratello. Va e non peccare più! Potete andare, ammonito dalla santa e purificatrice penitenza. Voi no, Badessa, restate: ho qualcosa da dirvi!”. Dopo che fratel Ludovico ci ha lasciati, mi rivolgo alla suora: “Forse vi è dispiaciuto penitenziare fratel Ludovico. Però, non venite a dirmi che questa è stata la prima volta che avete somministrato una disciplina. Zitta! Non vi ho dato il permesso di parlare! Stamane, ho notato il vostro sguardo, mentre vi facevo allontanare dalla camera di tortura. Ce l’avete con me, è chiaro. Ho agito secondo le sacre regole e per il vostro bene. Per questi vostri pensieri, vi autoflagellerete nella vostra cella e stasera me ne mostrerete i segni”. E’ diventata completamente terrea, come una candela: ha quasi un mancamento; apre la bocca come per dire qualcosa, ma io la precedo: “Andate adesso, e che sia la Giustizia divina a guidare la vostra mano. Ritornate al vespero.” Tremano gli angoli della sua bocca, mentre esce.

Trascorro l’intero pomeriggio in preghiera, inginocchiato sul nudo pavimento. Prego Iddio di darmi la forza sopportare la visione di ciò che accadrà domani. Solo con il Suo aiuto, potrò resistere alla visione dei tremendi tormenti cui saranno sottoposte le tre monacelle. Suona il vespro. Mi reco a prender messa nella cappelletta del castello: la celebra fratel Alfonso, l’altro domenicano. Fratel Ludovico è ancora tutto rosso in viso ed abbassa gli occhi incrociando il mio sguardo. Rifiuto categoricamente ma gentilmente l’invito del Marchese di Luzio di cenare alla sua tavola, stasera. Il mio compito è troppo gravoso per consentirmi mondanità. La Badessa sta aspettandomi davanti alla porta della mia stanza. Ha gli occhi cerchiati. La faccio entrare. “Su, mostratemi se vi siete punita abbastanza”. Senza profferire verbo, ella mi volge la schiena; si sfila il saio dalla testa e scioglie i legami della camicia, facendola scivolare lungo le braccia. Una trentina di strisce bluastre su fondo rosso, solcano la sua schiena turgida. Si, si è autoflagellata e piuttosto duramente. Spero per lei, che le abbia fatto bene il dolore che si è inferto. Si riveste, rimanendo sempre muta. La congedo: domattina, mentre noi assisteremo all’orrendo spettacolo, ella sarà in cappella a recitare i trentatre rosari.

Mi faccio portare in camera un po’ di pane ed acqua. Anch’io devo mortificarmi.

Sono pronto assai prima che vengano a bussare, all’aurora. Ho indossato la tonaca nera, come si conviene ai Protonotari Apostolici. Rifaccio lo stesso percorso sino alla camera di tortura; vi è soltanto un boja che si cala rapido il cappuccio, appena ne oltrepasso la soglia.

Dopo un po’ mi raggiungono fratel Ludovico e fratel Alfonso ed il notaio, che appoggia le sue carte sul basso tavolino all’uopo approntato. Ci sono tutti e tre gli incaricati di giustizia; torce fumose appese ai ganci sulle pareti diffondono una fioca luce. Meglio. Non sarà divertente quello che saremo costretti a vedere. Due sgherri introducono suor Gelmina, una di quelle che aveva partorito l’insano frutto della sua passione con l’infedele. Il suo ventre cascante rivela i segni della recente maternità, così come i suoi seni gonfi di latte. Trattandosi di una condanna a morte, il boja imbavaglia la punenda. Hanno approntato una sedia fornita di alto schienale e di grossi braccioli: tutti irti di chiodi. Rudemente la spingono lì sopra : le legano la fronte allo schienale con una fascia metallica, ed i polsi ai braccioli. Soltanto le gambe rimangono libere. La donna strabuzza gli occhi, sentendo i chiodi che le penetrano nella carne. Un basso braciere ardente viene spinto sul pavimento, sotto il sedile della sedia. Ha nelle mani il flagellum il boja, e ne percuote il petto della suppliziata. Sei strisce di cuoio, dentro le quali sono incastrati dei cunei di piombo a diverse altezze. Strappa la pelle ad ogni colpo: brandelli di cute e di carne si diffondono nell’aria. Non c’è rimasto un solo pollice di pelle intatto sul petto della donna, quando il boja ha finito. La punta delle ganasce le afferrano il capezzolo destro: basta un colpo di coltello ed esso si stacca; ne esce un fiotto di sangue che scola lungo lo stomaco della donna, mescolandosi all’altro sangue tirato fuori dalla fustigazione. Invece, con il capezzolo sinistro viene adoprato un coltello a lama seghettata; occorrono sei o sette passate, prima che il cicciolo di carne venga via. I sali sono accostati alle narici della donna. Il , purtroppo, noto puzzo di bruciato sovviene al mio naso. Il fuoco del braciere posto sotto il sedile lo sta arroventando e sta ustionando il culo della poveretta. Ella geme disperatamente, strabuzza gli occhi mostrandone il bianco, i radi capelli sono dritti sulla testa.

Ritengo che la sua sofferenza sia durata troppo a lungo: qualsiasi colpa abbia commesso, non merita simile dolore. Impongo che sia uccisa subito. Un boja passa dietro alla sedia, afferra una specie di martinetto che era servito a stringere la fascia ferrea attorno alla fronte della donna e inizia a girare. Non posso sopportare, non posso guardare gli occhi che le schizzano fuori dalle orbite. Mi allontano di corsa per andare a vomitare.

Quando ritorno, è il turno della seconda. Mi hanno aspettato, prima di cominciare. Si tratta della suora più anziana: ha quasi 40 anni. L’hanno legata sul cavalletto: il suo posteriore è opimo, le sue cosce grasse. Una vescica rigida, a forma di fallo virile,è presa dal boja ed infilzata nell’ano della donna: supremo oltraggio! So che in essa è contenuto aceto e pimento, che ben presto si diffonderà nel suo retto abbrugiandolo tutto. Ed infatti, essa si agita disperatamente man mano che la piccante mistura le penetra nell’intestino, arrecandole estremo bruciore. Il flagellum devasta le sue natiche e le cosce. E’ oramai svenuta, quando la slegano e la mettono sulla sedia: al contatto con i chiodi, la parte della vescica che era rimasta fuori dal suo ano, si spacca; l’aceto sfrigola quando incontra il sedile arroventato. A lei non tagliano i capezzoli: con tenaglie arroventate le strappano i seni pezzo a pezzo. E’ ormai mezzo morta quando stringono la fascia metallica che le cinge la fronte.

L’ultima è la femmina più bella di tutte. E’ prole di un conte e si vede dal suo portamento. Volge intorno lo sguardo e sputa per terra, in atto di derisione e d’odio verso di noi. La mettono sul cavalletto, ma in posizione strana. Ella appoggia all’asse soltanto con le reni; le braccia e le gambe sono tirate trasversalmente, ben allungate ed assicurate ad anelli infissi nel pavimento. Adesso capisco perché non l’hanno imbavagliata: un grosso imbuto di metallo le viene spinto in bocca. Lei serra i denti: una martellata gli rompe gli incisivi. Nell’imbuto, da un’otre, viene versata gran quantità di acqua e sale. La sciagurata è costretta ad inghiottirla, strabuzzando gli occhi. Vediamo il suo ventre gonfiarsi a dismisura: sembra incinta. Quando l’intera otre è vuota, l’imbuto viene tolto. Lei cerca aria colla sanguinante bocca spalancata. Due boja, uno per parte, congiungono le mani, levando le braccia in alto e si rizzano sulla punta dei piedi, poi, di slancio, colpiscono il ventre gonfio. Un getto d’acqua misto a sangue, prorompe dalla bocca della ragazza: i due boja seguitano a colpire, come se battessero il grano per la trebbia, finché il ventre non ritorna piatto.

Prima di porla sulla sedia, la battono da tergo con il flagellum. Urla e maledice tutto e tutti, perfino i suoi genitori, mentre si contorce sotto le tremende sferzate. Uno dei piombi, girandole attorno al busto, arpiona un capezzolo e ne strappa via un pezzo. Le tenaglie piatte roventi glielo stringono abbrugiandolo, ma fermano l’emorragia. Con un affilato coltello, un boja lavora sul ventre della donna, lasciando sanguinanti arabeschi. Poi passa alle cosce: la lama non affonda molto, si limita ad incidere appena la pelle. E’ il sale, cosparso sulle ferite che colano sangue, a farla urlare. Inconsciamente, porto le mani alle orecchie per non sentire quelle grida disperate. Come se fosse la buccia di una cipolla, il boja alza un lembo di pelle: è pelosa, giacché sta vicino alla femminea matrice. Sento il notaio mormorare tra i denti: “Questo ti aspetta, maledetta Flavia!”. L’opera di scorticamento prosegue per altri due o tre lembi di pelle, sempre sul ventre. I corti capelli della ragazza, da corvini che erano, sono diventati tutti completamente albi. Negli occhi, essa ha un’espressione allucinata, la bava le cola giù dagli angoli delle labbra. E’ diventata demente! L’escissione degli occhi assume le sembianze di una forma di pietà.

Anche i due domenicani sono stravolti, all’uscire. Fratel Ludovico mi sussurra in un orecchio:” Eccellenza, vorrei parlarvi, dopo, se me lo concedete”.

Nella mia stanza, egli mi porge il cordiglio che si era in precedenza tolto. Ieri, quando la Badessa lo fustigava, sentiva solo dolore ma, dopo, nella sua cella, gli sono venuti in mente inverecondi pensieri, il corpo scosso da oscene pulsioni.

Si è alzato la tonaca e piegato: il suo culo presenta tumefazioni profonde. Gli impongo di non gridare. Sudo ed ho il fiatone quando smetto: stille di sangue sgorgano dalle sue natiche, laddove la pelle si è lacerata. Recita l’atto penitenziale con voce chiara. Pensa che sia finita. Lo faccio rimanere giù e gli do un’altra decina di frustate. Dopodiché, cosa che faccio spesso ai miei sottoposti, gli stringo lo scroto con forza. Egli digrigna i denti al dolore. Lo lascio. La pelle dello scroto è assolutamente arrossata, come quella del culo. Mi ringrazia, nel riacconciarsi.

E’ un’alba fredda, ma non livida. Sembra quasi che il sole voglia assistere al supplizio della più colpevole fra le colpevoli figlie di Eva. Flavia s’avanza, scortata dagli armigeri. La folla, a malapena trattenuta dai soldati, la ricopre d’insulti e ne chiede a gran voce il tormento. Seggo alla destra del Marchese, al posto d’onore. D’altronde, qui, io rappresento Sua Santità. Il luogo scelto è un basso poggio, in prossimità del mare, che si sente ruggire all’orizzonte. Un albero secolare, forse un ulivo, sorge al centro della radura. Le legano i polsi ad un ramo, Flavia ha le braccia alzate, tese, ma i suoi piedi toccano bene il terreno. L’hanno rapata a zero ma non l’hanno imbavagliata: la folla deve sentire le sue urla, deve gioire del suo dolore. Pochi colpi di coltello e la tunica grigia le cade ai piedi, lasciandola nuda. Per quanto ne possa giudicare io, Flavia non ha un bel corpo. E’ magra, anzi proprio secca come un giunco, piccolina di statura, scura di carnagione, le mammelle minime e pendule. Lo staffile lascia 33 solchi sanguinolenti nelle sue carni. Adesso, solo adesso, le caviglie sono legate alla base del tronco d’albero: Flavia è completamente immobilizzata, non può assolutamente muoversi. Non è un boja reale ad eseguire la condanna, ma un esperto beccaio di Otranto. Con un sottile coltellino affilato, incide la pelle tutt’intorno alla caviglia destra della sciagurata. Facendo leva con la lama, ne solleva i lembi quel tanto che gli basta ad afferrarli con la punta delle dita. Li trattiene saldamente e tira su, di colpo. Flavia urla. La pelle si stacca dalla carne per circa un palmo di lunghezza, mostrando i nervi e le vene e i muscoli nudi. La nausea torna ad assalirmi. Ripete l’operazione con l’altra gamba. Giunto all’altezza delle ginocchia, deve aiutarsi con il coltello per separare la pelle dal muscolo. Trema tutto, oscenamente, il corpo di Flavia: gli stracci di pelle sono recisi con il coltello appena a metà coscia. Per quanto strano possa apparire, c’è relativamente poco sangue. Sembra quasi che la condannata indossi calze purpuree. La rianimano, la sciolgono e tornano a legarla in modo che lei mostri al pubblico, a tutti noi cioè, la parte anteriore del corpo. Il coltello, ma stavolta di foggia diversa, quasi a mezzaluna, incide la pelle introno alla mammella destra. Il beccaio tira a sé: l’intera pelle del seno viene via, rimanendo attaccata solo al capezzolo, pendula.

Le urla di Flavia sono strazianti, anche per me. Pure l’altra mammella viene scorticata allo stesso modo. La donna è ancora, incredibilmente, viva. Respira fievolmente, gli occhi sono sbarrati ma è viva. La lama disegna lunghe strisce parallele sulle cosce e si ferma dove non c’è più pelle sulle gambe. Una per una, il beccaio tira all’ingiù queste strisce. E’ passato alla seconda coscia, quando il corpo di Flavia si agita fortemente, in preda alle convulsioni. Si inarca, si dibatte, si contorce: alla fine si ferma, immobile. La lingua enfia le esce fuori dalla bocca, gli occhi paiono fuoriusciti dalle orbite. Flavia, colei che è detta la monaca musulmana, sta affrontando il Tribunale supremo. Eppure il beccaio non si ferma: seguita lo scuoiamento, benché la paziente sia morta. Serro fortemente gli occhi per non vedere lo scempio. Un lieve colpetto sul mio fianco da parte di fratel Ludovico mi avverte: non posso, tuttavia, sopportare la vista di quel corpo ormai completamente scuoiato. Prego affinché lo portino via. Purtroppo, facendomi forza, sono costretto a benedire la folla eccitata. Quella cosa che un tempo era stato un corpo umano è ancora appeso all’albero. Sarà calato tra poco, arso e le ceneri gettate in mare.

Perversioni: un fatto vero

17 Dicembre 2008

Bob Knees è una persona molto colta e spesso ci ripropone fatti veri accaduti in epoche passate. Vi avverto che il racconto è piuttosto forte, non è il solito racconto di sculacciate. Detto questo, buona lettura.

Questo non è il solito racconto di sculacciata; questi sono fatti realmente accaduti, tanti secoli fa. Mi sono limitato ad adattare le cronache dell’epoca al gusto moderno dei frequentatori di questo blog.
Alina era ancora una bella donna, nonostante le sette gravidanze. Viveva nel Mecklemburg alla metà del ‘600. La regione era stata l’epicentro della tremenda Guerra dei trent’anni ed era stata attraversata centinaia di volte dai tanti eserciti belligeranti. Devastazioni, ruberie, stupri, violenze: probabilmente i figli di Alina erano tutti di padre diverso!
Soltanto due erano sopravvissuti, ed era già un’ottima media per l’epoca: un maschio di circa 13 anni ed una femminuccia di 8. Insieme a loro, Alina faceva la guardiana di porci: nel senso che portava al pascolo e guardava i maiali della comunità paesana. Le recenti paci di Osnabruck e di Munster avevano riportato tranquillità nella regione tedesca e le attività, seppur faticosamente e lentamente, erano riprese. Però giravano ancora degli sbandati, soldati che non avevano più niente da fare, inselvatichiti come bestie allo stato brado. E furono tre di questi a sorprendere Alina, una notte, al pascolo con i porci, su nella collina. Violentarono lei ed i suoi figli: la bambina morì, il ragazzo ne fu segnato per tutta la vita. La violenza, purtroppo, diede i suoi frutti: dopo nove mesi, Alina mise al mondo una creatura.
Non era un bambino vero: era una cosa dal volto sfigurato, senza braccia e con una gambina sola. Il prete lo battezzò subito, sicuro che vivesse pochi giorni ma il bambino, invece, crebbe. Alina sentiva quel “coso” come il figlio della violenza, come in realtà era, e lo odiava: gli faceva schifo allattarlo, cambiargli le fasce, vedere e tenere fra le braccia il suo corpo deforme. Così, disperata, lo affogò soffocandolo nel letame dei porci. Pensava che tutti avrebbero creduto ad un tragico incidente, ma non andò così. Proprio a causa del frutto di quel parto, Alina veniva considerata una segnata da Dio! I ben pensanti del villaggio decisero di punirla per quell’orrendo crimine: la morte, da sola, non sarebbe bastata ad espiarlo. Le fecero una specie di processo: tutti la giudicarono colpevole. Soltanto un vecchio, un ex sacerdote che era tornato al villaggio per aspettare la morte, osò levare la sua voce in difesa della donna. Lo linciarono.
Una mattina di primavera, Alina fu tirata fuori dalla caverna in cui l’avevano costretta a vivere fin dal giorno dell’infanticidio e trascinata sulla piazza del villaggio. La denudarono completamente, la misero a sedere su una sedia, legandole le mani dietro la spalliera ed il beccaio, quello che ammazzava le bestie, le tagliò la lingua: così le urla della donna non avrebbero disturbato lo spettacolo. I buoni villici ritenevano che ella dovesse esser punita negli stessi organi in cui ella aveva peccato: nella vagina, dove aveva concepito quell’essere, e nel seno a cui l’aveva strappato sì orrendamente. Furono arroventati due lunghi e grossi aghi da materassaio, che le traversarono i capezzoli; aspettarono che il metallo si raffreddasse bene. Il beccaio afferrò ciascun ago con ciascuna mano e lo tirò verso l’esterno: i due aghi lacerarono i capezzoli, aprendoli come frutti maturi. Alina svenne e la rianimarono buttandole in faccia una secchiata di acqua ed orina. Il prevosto non ritenne decente che le si bruciasse la vagina mediante l’introduzione di un grosso ferro rovente: la visione dell’organo sessuale femminile, completamente spalancato, avrebbe potuto scandalizzare i bambini presenti all’esecuzione. Così le cavarono semplicemente gli occhi: una cordicella fu passata attorno alle tempie di Alina e stretta sempre di più finchè i bulbi oculari non schizzarono fuori dalle orbite. Alcuni degli spettatori era sgomenti e disgustati, la maggior parte invocava nuovi tormenti. A questo punto intervenne il borgomastro: ordinò che ad Alina fossero scorticati i palmi delle mani, con cui aveva cullato quella povera “cosa” che poi aveva ammazzato, appunto, con le sue proprie mani. Usarono i pettini che servivano a cardare la lana, però la povera donna non resistette di più: un infarto le spezzò il cuore. Il suo corpo nudo rimase appeso ad un albero, all’ingresso del villaggio, per tre giorni finché non arrivarono le guardie del Granduca.

Ragazza torturata con la sigaretta

16 Dicembre 2008

Ragazza torturata

Da quando mi è venuta la passione di scovare foto amatoriali delle situazioni più impensabili mi diverto un mondo!